Revolutionary Road

5 febbraio 2009, giovedì -- permalink

Locandina di Revolutionary RoadSarà che ho un debole per i film che mettono in scena le dinamiche della vita di coppia (come Eyes Wide Shut, Scene da un matrimonio, ma anche The Family Man) e per le storie che procedono a ritmo di caduta libera verso il disastro (come Magnolia), sarà che Kate Winslet e Leonardo Di Caprio sono mostruosamente bravi, sarà che è bravo anche Sam Mendes…ma Revolutionary Road mi è piaciuto veramente tanto, due ore volate come il vento.

Non si vede molto della vita di Frank e April prima del matrimonio; si capisce solo che un tempo sono stati molto felici e convinti di essere speciali. Col tempo il ribollire allegro delle loro vite si è spento in quella routine borghese da loro tanto disprezzata, e si ritrovano lui prigioniero di un lavoro d’ufficio che non ama, e lei prigioniera di una vita da casalinga che la appiattisce. Una vita piena di troppe parole e di troppe “cose”, che non lasciano spazio al silenzio per cercarsi, e non lasciano il tempo per trovarsi.

Non che non si amino più, ma la vita (quel “vuoto angosciante” da cui per un attimo sembrano riuscire a scappare) nella quale si sono incastrati – per inerzia, per buon senso, per realismo – stritola le loro energie vitali.

Chi non si ritrova nel canone di felicità da tutti condiviso è “pazzo” (John, che guarda caso vede in modo sorprendentemente nitido la verità della storia di Frank e April) e il suo posto è la clinica psichiatrica.
Il posto di April non è la clinica, ma non è neanche il contesto che ha attorno. Una volta persa la speranza di ritrovare la verità e la libertà con Frank, la strada che decide di percorrere per provare a liberarsi da sola la porterà alla morte.

Scene da un matrimonio

13 luglio 2008, domenica -- permalink

scene-da-un-matrimonio.jpg“We’re emotional illiterates. We’ve been taught about anatomy and farming methods in Africa. We’ve learned mathematical formulas by heart. But we haven’t been taught a thing about our souls. We’re tremendously ignorant about what makes people tick.”

La citazione penso riassuma il filo che tiene insieme il film.

Johan e Marianne sono una coppia perfetta, sposata da 10 anni; una coppia a tal punto perfetta che il film comincia con un’intervista, accompagnata da un servizio fotografico, per una rivista che pubblicherà un articolo sulle gioie del matrimonio.

La storia vede la coppia sfasciarsi sotto il peso di un sesso trascurato e non soddisfacente, di una comunicazione cervellotica, di desideri non espressi e di sofferenze non gridate, sotto il peso dell’ignoranza di se stessi e dell’ipocrisia.

C’è tanta violenza in questo matrimonio, anche se non è la violenza delle percosse, che pure ci saranno; eppure c’è tanto amore. E’ incredibile come due persone così legate riescano a farsi del male.
Il divorzio allontanerà Johan e Marianne, darà loro modo di conoscersi un po’ di più: lui si scoprirà più debole e piccolo, lei acquisterà consapevolezza dei propri desideri e delle proprie capacità.

10 anni dopo si ritroveranno ad amarsi veramente in una relazione extraconiugale per entrambi, e riusciranno a parlarsi sinceramente.

E’ un film crudo, fitto di primissimi piani, che a me ha riconfermato alcune idee: mi ha detto che non si può essere felici in due se non si è prima felici da soli, e che un matrimonio senza buon sesso e senza una comunicazione trasparente non può essere un matrimonio felice.

Into the Wild

23 febbraio 2008, sabato -- permalink

Locandina di Into The WildInto the Wild, scritto e diretto da Sean Penn, 2007, arrivato qualche giorno fa in Italia.

E’ la storia di un ragazzo colto e ricco in fuga dalla società che è violenza, vagabondando sulla strada alla ricerca della verità e in direzione Alaska, laddove l’uomo è un tutt’uno con la natura. Cristopher è in fuga da un se stesso per il quale è pronto un destino rilucente, ma falso, in fuga da due genitori in cui vede incarnate la violenza e la menzogna.

In giro per l’America senza soldi, se non quelli che gli servono per sopravvivere, Christopher, che rinasce alla sua nuova vita come Alexander “Supertramp” (supervagabondo), fa sulla propria strada incontri che gli parlano di un altro modo di essere società, e che gli parlano della felicità che le persone possono darsi, ma che non lo fermano nell’andare in un luogo in cui poter far vivere liberamente e sinceramente il proprio io.

Alexander arriva in Alaska, trova un rifugio di fortuna nelle terre selvagge (il “Bus magico”, una carcassa di pullmino abbandonata sulla riva di un fiume), e lì si stabilisce, unici compagni i grandi autori della letteratura mondiale e la natura…finché non sente l’urgenza interiore di tornare là da dove è partito.

E’ forse questo il momento più toccante del film: nel momento in cui Alexander vuole allontanarsi dalle terre selvagge un fiume in piena per il disgelo primaverile gli impedisce di riprendere la propria strada, e si ritrova paradossalmente costretto nella propria scelta di libertà, non libero e felice, ma, semplicemente, solo, nella natura nella quale Dio ha distribuito felicità a piene mani…

“Happiness is only real when shared“.

Ovvero dell’importanza dell’altro, di un compagno con cui condividere il sentiero; e dell’importanza della parola, che è il tramite con l’altro.

Se vogliamo, della potenza e del calore di una “libertà per” di contro ad una “libertà da“.

E di contro ad una “libertà di“: “When you want something in life, you just gotta reach out and grab it”, prospettiva che ha un qualche – illusorio – fondamento solo per colui il quale è solo al mondo.

The Kingdom

21 febbraio 2008, giovedì -- permalink

Guardavo stasera l’ultima puntata della prima parte di The Kingdom, una mini-serie televisiva diretta nel 1994 da Lars von Trier, che parla del Regno, un ospedale danese, e dei suoi ospiti, medici e pazienti, vivi e morti.

Mi ha colpito molto la frase che dice la dottoressa che cerca di far abortire Judith, mentre il mostruoso fratellino di Mary sta venendo alla luce squarciando la pancia della sua mamma: “Non posso (ucciderlo): dentro l’utero è aborto, fuori è omicidio“.

Notevole sintesi di un nodo etico ancora tutto da risolvere.

Aguirre, furore di Dio

27 gennaio 2008, domenica -- permalink

Locandina del film Nel 1560 una spedizione di conquistadores spagnoli attraversa via terra e poi via fiume la Foresta Amazzonica all’inseguimento del mito di El Dorado.

Capo della spedizione è, in ultima istanza, Lope de Aguirre (Klaus Kinski, una delle facce più espressive della galassia, probabilmente) soldato senza scrupoli, né morale, ossessionato dal potere, dalla ricchezza, megalomane preda di un delirio di onnipotenza che porterà alla distruzione tutti coloro che sono al suo seguito.

Sulla storia di per sé…questo è tutto quello che c’è da dire.
La fine della vicenda è annunciata, in stile propriamente “tragico”, fin dalla prima scena del film, nella quale si vede una carovana di soldati spagnoli (bardati di tutto punto) e di indios che trasportano vettovaglie, armi (compresi cannoni, cavalli, maiali, galline in gabbia) e due gentili signorine in portantina, scendere con qualche difficoltà dalla Cordigliera delle Ande, per raggiungere la Foresta Amazzonica.

Il film è lento, pieno di silenzi, surreale, ma allo stesso tempo estremamente reale, grazie alla macchina da presa di Werner Herzog, che entra nelle scene anziché ripenderle, e si muove con gli attori e con la foresta. Alle scene di movimento si alternano scene assolutamente statiche, dove, programmaticamente, non succede nulla, e il regista non fa che comporre un quadro.

Talvolta sembra che Herzog, più che dirigere il film, sia spettatore della potenza inarrestabile della foresta, e noi lo diventiamo con lui. Splendide, per me, le scene in cui è proprio la natura la protagonista, e l’occhio di Herzog è quello di un documentarista: il monte a strapiombo sommerso dalle nubi, nella prima scena, il fiume marrone che scorre violentissimo e incessante, cui Herzog dedica un’inquadratura ipnotica di qualche secondo, sempre il fiume con i gorghi e la sua vita assolutamente incurante dell’uomo, i sentieri che diventano acquitrini, il piccolo bradipo che passa la vita dormendo…

Il fascino assoluto di tutto questo credo dipenda anche da come questo mondo è stato fissato sulla pellicola: per davvero attori e regista si sono fatti inghiottire dalla Foresta Amazzonica, veramente le zattere hanno solcato il fiume limaccioso, si sono rotte, sono rimaste preda dei gorghi, e sono state rubate ai protagonisti della vicenda nella notte da una piena improvvisa, veramente Herzog è salito sulle zattere con attori ed operatori, la fatica di trasportare cianfrusaglie armi e bagagli attraversando acquitrini che ti sommergono fino alle ascelle è reale…

Memorabili anche i passaggi che mettono a nudo, e in ridicolo, i meccanismi del potere.
Un nobile ciccione ed inetto è nominato da Aguirre re fantoccio dell’immaginario impero di El Dorado; il nobile entrato nella parte comincia a rivendicare privilegi assurdi in una situazione di emergenza costante e di carestia, che è quella in cui si trova la spedizione, redige documenti ufficiali, indice anche un processo. Verrà ucciso dai “suoi”.
Il frate che accompagna la spedizione con lo scopo di evangelizzare i selvaggi di El Dorado rinnega qualsiasi idea di equità, carità, pietà perché “la chiesa deve stare sempre con il più forte”: durante il processo di cui sopra si presta a fare da giudice ingiusto che emette sentenza di condanna a morte, fa uccidere due indios che rimangono indifferenti di fronte alla visione della Bibbia, un oggetto che, portato all’orecchio, “non parla”.

E bellissima l’ultima scena in cui Aguirre, circondato dalla morte che ha preso sua figlia, i soldati, e gli ultimi schiavi rimasti, resta ritto col suo corpo deforme sulla zattera che sta colando a picco e non cessa di fare propositi di conquista.
Tutt’attorno il suono che si sente è quello delle centinaia di scimmiette che stanno giocosamente colonizzando la zattera. L’uomo non ha conquistato El Dorado. La foresta ha inghiottito l’uomo che l’ha sfidata, e sembra farsi beffe di lui.

The Village

31 dicembre 2007, lunedì -- permalink

the-village.jpgUomini e donne amareggiati dalla violenza dell’ambiente urbano (tutti hanno avuto una morte violenta in famiglia a causa della “città”) si isolano dal mondo rifugiandosi in un bosco, dove costruiscono un villaggio dal quale sono banditi i soldi e tutto ciò che può scatenare istinti malvagi.

Dall’esigenza di impedire che i propri figli, curiosi per natura, abbiano desiderio di attraversare il bosco, vedere cosa c’è al di là e sentire il richiamo della città nasce un complesso sistema di tabu, e un villaggio fondato sulla speranza di costruire una vita migliore diventa una prigione nella quale le persone sono tenute “volontariamente” attraverso una religione fatta di paura, menzogna e divieti.

Il bosco è abitato da “creature” che non vogliono essere disturbate, pena la morte. Per rafforzare la credenza in queste creature sanguinarie periodicamente gli anziani si mascherano con un costume spaventoso (mantello rosso, volto da cinghiale, aculei di porcospino sulla schiena) e attraversano il villaggio lasciando segni di avvertimento (animali scuoiati, pennelate di sangue sulle porte). Queste visite periodiche servono anche ad annientare qualsiasi dubbio sull’esistenza e la ferocia delle creature.

C’è un sistema di sorveglianza dei confini col bosco: la sentinella che vede passare una creatura deve dare l’allarme con una campana, e tutta la popolazione deve rifugiarsi nelle cantine delle case aspettando che le creature siano passate. Il fatto che i confini vanno sorvegliati significa che il pericolo è costante, e che bisogna sempre comportarsi come si deve, per impedire che la minaccia latente si scateni. (continua…)

Faust di Murnau

16 novembre 2007, venerdì -- permalink

Locandina del film Faust di MurnauMercoledì 5 dicembre al Cinema Gloria di Como danno il Faust di Friedrich Wilhelm Murnau, nell’ambito della rassegna “I lunedì del cinema Gloria”.

Il film è muto.

La proiezione sarà accompagnata dal vivo dal Quartetto Gatto Marte: Maximilian Brooks (Pianoforte, Voce), Pietro Lusvardi (Contrabbasso), Nino Cotone (Violino), Giuseppe Brancaccio (Fagotto), definiti sul sito dei Lunedì del cinema “ensemble da camera dalle basi classiche ma con un’attitudine vicina al jazz con suggestioni di folk che vanno dalle sonorità dell’Europa dell’est a quelle del Mediterraneo”.

Io ci vado, l’ultima volta che ho visto un film muto accompagnato da musica dal vivo era stato bellissimo: Finis Terrae, di Epstein, proiettato un’estate di qualche anno fa aVilla Carlotta, accompagnato da un quartetto d’archi…

Charlie e la fabbrica di cioccolato

30 ottobre 2007, martedì -- permalink

La locandina del film Charlie e la fabbrica di cioccolato, di Tim Burton, 2005Avevo visto La fabbrica di cioccolato al cinema nel 2005, quando è uscito, attirata dal genio visionario e macabro di Tim Burton; l’ho riguardato oggi con molto piacere su TSI1 (la prima rete della televisione svizzera. Ora, qualcuno potrebbe ironizzare su questa mia svizzerofilia dicendomi che sono cresciuta a Ticinella e TSI1. Tuttavia ciò non mi tange: sono profondamente innamorata della televisione svizzera. Pensate che i film qui vengono trasmessi in prima visione sempre in anticipo sulle reti italiane, e che i film te li fanno vedere fino all’ultima riga dei titoli di coda, oltre ad interrompere le emozioni con un solo intervallo pubblicitario tra il primo ed il secondo tempo.)

L’ho rivisto con tanto piacere perché è un film catartico e consolatorio (e, ogni tanto, ci vuole).

La trama infatti è già nota, e, anche chi non la conosce intuice facilmente dove la storia andrà a parare: la cattiveria ed il vizio (i quattro bambini che trovano il biglietto d’oro, con i loro genitori, espressione efficace dello spirito del nostro tempo – un po’ come Paris Hilton) vengono puniti, mentre la bontà, la generosità, la sensibilità, i valori della famiglia, la munificenza, la responsabilità e il coraggio (Charlie e la sua famiglia, suo nonno in primis) vengono premiati, e non solo dal ritorno economico che hanno le azioni di Charlie, che erediterà la fabbrica, ma anche dall’amore e dall’entusiasmo da cui viene contagiato Willy Wonka.

Le coreografie degli Umpa Lumpa sono imperdibili, totalmente assurde (e ad esse è affidata la morale sugli eventi).

C’è anche una citazione di “2001: Odissea nello spazio”, e chissà quante altre citazioni mi sono persa.

Sicko

3 settembre 2007, lunedì -- permalink

Locandina del film SickoOvvero l’ultimo film-documentario di Michael Moore, che indaga sull’”industria” della sanità in America a confronto con le soluzioni di Francia, Canada, Gran Bretagna, Cuba, in cui la sanità è pubblica (…più pubblica che da noi).

L’indagine è inquietante, illuminante, a tratti, trovo, grottesca, come quando Michael Moore porta un drappello di pompieri dell’11 settembre a farsi curare prima a Guantanamo – senza riuscirci -, poi a Cuba, dove i pompieri ricevono cure eccellenti e gratuite e fanno scorta di medicinali a poco prezzo.

Sarebbe stata forse più interessante se si fosse fatto un confronto anche con nazioni in cui è previsto che tu paghi un’assicurazione per usufruire di cure mediche, come in Svizzera.

Centochiodi

12 aprile 2007, giovedì -- permalink

L’altra sera sono andata a vedere l’ultimo film di Ermanno Olmi, Centochiodi.

Raz Degan è proprio bello.

Per il resto, non ho altro da aggiungere.