C’è un gesto dei fumatori che proprio non capisco

14 agosto 2011, domenica -- permalink

ed è quello di buttare la sigaretta per terra, sul marciapiede, o tra i binari del treno, o fuori dal finestrino…
Giuro, non capisco…sono convinta che la maggior parte dei fumatori non butterebbe per terra la lattina vuota dopo aver bevuto, o il fazzoletto di carta dopo averlo usato, come non butterebbe il mozzicone sul pavimento di casa propria…

Pubblicazioni 2.0

18 maggio 2010, martedì -- permalink

Giovedì 17 giugno 2010 mi sposo!

La passione di Raffaella per Stefano Benni

7 febbraio 2009, sabato -- permalink

Stasera niente film, basta Internet: spengo tutto, mi metto comoda sul divano e attacco a leggere Spiriti, di Benni, dopo aver divorato Saltatempo.

Mi piace l’uso generoso che Benni fa della lingua italiana, il modo in cui gioca leggero con le parole, attraversando più registri nella stessa pagina, mischiando termini ricercati a parolacce, a parole inventate di sana pianta, e sempre così evocative.

Mi piacciono le allusioni pungenti alla politica contempoanea – in Saltatempo la televisione è “il balcone da cui parlano i beniti dei nostri tempi.

Mi piacciono le sue creature e i loro mondi in cui sogno e realtà vanno a braccetto.

E stasera scopro per caso che la comunità dei lettori appassionati ha creato per Benni addirittura un’enciclopedia online, la Bennilogia!

Revolutionary Road

5 febbraio 2009, giovedì -- permalink

Locandina di Revolutionary RoadSarà che ho un debole per i film che mettono in scena le dinamiche della vita di coppia (come Eyes Wide Shut, Scene da un matrimonio, ma anche The Family Man) e per le storie che procedono a ritmo di caduta libera verso il disastro (come Magnolia), sarà che Kate Winslet e Leonardo Di Caprio sono mostruosamente bravi, sarà che è bravo anche Sam Mendes…ma Revolutionary Road mi è piaciuto veramente tanto, due ore volate come il vento.

Non si vede molto della vita di Frank e April prima del matrimonio; si capisce solo che un tempo sono stati molto felici e convinti di essere speciali. Col tempo il ribollire allegro delle loro vite si è spento in quella routine borghese da loro tanto disprezzata, e si ritrovano lui prigioniero di un lavoro d’ufficio che non ama, e lei prigioniera di una vita da casalinga che la appiattisce. Una vita piena di troppe parole e di troppe “cose”, che non lasciano spazio al silenzio per cercarsi, e non lasciano il tempo per trovarsi.

Non che non si amino più, ma la vita (quel “vuoto angosciante” da cui per un attimo sembrano riuscire a scappare) nella quale si sono incastrati – per inerzia, per buon senso, per realismo – stritola le loro energie vitali.

Chi non si ritrova nel canone di felicità da tutti condiviso è “pazzo” (John, che guarda caso vede in modo sorprendentemente nitido la verità della storia di Frank e April) e il suo posto è la clinica psichiatrica.
Il posto di April non è la clinica, ma non è neanche il contesto che ha attorno. Una volta persa la speranza di ritrovare la verità e la libertà con Frank, la strada che decide di percorrere per provare a liberarsi da sola la porterà alla morte.

Trasferimento momentaneo

4 gennaio 2009, domenica -- permalink

Solo per dire che non sono sparita, mi sono solo trasferita momentaneamente su Facebook, che mi succhia tutte le energie scriventi…

Storie di ordinario delirio burocratico

1 dicembre 2008, lunedì -- permalink

Sabato pomeriggio l’ho passato a distribuire i pieghevoli del convegno di Immagini della mente nei luoghi della cultura a Milano, per fare un po’ di promozione alla giornata.

Approdo in Cattolica, individuo la portineria (un omino ad un tavolo in un ristretto spazio triangolare immediatamente alla destra dell’ingresso) e saluto il portinaio.

Il portinaio parla da dietro una vetrata e tu parli alla vetrata, perché non ci sono spiragli e non si può accedere al triangolo.

Segue breve conversazione demenziale.

io – “Buongiorno, avrei dei volant…”

omino -  “No”

io – “…tini e delle locandi…”

omino – “No”

io – “…ne di un convegn…”

omino – “Le ho detto di no”

io – “Ma mi lasci finire, scusi! Le locandine di un convegno di neuroscienze e filosofia che si terrà in Statale a dicembre”

omino – “Non può distribuire niente”

io – “Come ‘niente’? Non posso lasciarle nemmeno i pieghevoli?”

omino – “Deve ripassare lunedì mattina e chiedere il permesso scritto all’ufficio protocollo e logistica”

Segue mio sorriso. Non volevo insultare, così ho sorriso e ho salutato. Pensando che il permesso non lo otterrò mai, perché dal lunedì al venerdì lavoro e non posso recarmi di persona a chiedere il permesso scritto all’ufficio protocollo e logistica.

L’ufficio logistica…per i volantini di un convegno…in Università, “Il” luogo della diffusione del sapere (o no?).

omino – “Guardi che le ho detto che non può distribuire niente”

io – “Me ne sto andando, non si preoccupi”

Segue nervoso profondo.

Como dopo la pioggia

15 novembre 2008, sabato -- permalink

como, brunate vista dalla passeggiata di villa olmoComo dopo la pioggia (tanta pioggia, come quella di queste settimane) è più bella. Il lago trabocca di vita, i rivoli che si immettono nel lago corrono veloci e copiosi come fiumi.

E il sole dopo la pioggia la fa ancora più bella.

Senza musica

18 ottobre 2008, sabato -- permalink

sarei morta. (E’ un po’ forte, forse, ma rende l’idea, credo).

Giovanni Sollima, Daydream Part 1

E’ passato un mese…

28 settembre 2008, domenica -- permalink

…da quando mi sono trasferita da sola in pianta stabile nei miei (temporaneamente miei) 60 metri quadri. Un mese non è tanto tempo, e forse è troppo presto per pretendere di avere capito davvero come sta andando, ma ho voglia di scrivere due pensieri, in questa sera in cui ringrazio Dio di avere creato la musica e di avermi dato la connessione ad Internet.

Ho imparato che bisogna mettere i guanti quando si usa la candeggina, che è del tutto inutile che io comperi cipolle a “reti” perché poi non so cosa farmene, che stirare non è male, che le patate non reggono più di un mese nell’armadio, che non è complicato ricordarsi di portarsi appresso le chiavi di casa.

Sto valutando sul campo il potere d’acquisto del mio stipendio, che è buono, ma certo non posso scialare.

Pensavo che vivere in autonomia mi avrebbe aiutato a tirare fuori la mia femminilità, che da qualche parte deve pur essere, visto che sono una donna; pensavo che avrei avuto modo di dedicarmi di più al mio corpo, che avrei avuto più stimoli a curare la mia immagine, all’insegna dell’eleganza, nel volto e nell’abbigliamento. Invece ancora mi mangio le dita, di truccarmi vado avanti a non avere voglia, e ancora mi vesto un po’ come capita. Certo arrivare ogni mattina in lavoro col motorino probabilmente non giova.

Pensavo che avrei avuto la casa sempre piena di gente. Oddio, proprio piena di gente no; diciamo che pensavo avrei avuto spesso ospiti. Ma ho pochi amici, e quelli che abitano a Como si contano su una mano, e non sono avvezza a dare feste. Le conclusioni sono piuttosto ovvie da tirare.

Pensavo che avrei cominciato a “vivere” Como. Ma in giro la sera da soli qui a Como è più deprimente che stare a casa a rammendare le calzette.

L’altro ieri sono stata fuori la sera fino alle 3, e, per la prima volta in trent’anni, non avevo da rendere conto a nessuno dell’orario di rientro. Il che da una parte ha significato la mia indipendenza di movimento, e dall’altra ha significato che a casa non v’era nessuno ad aspettarmi, nessuno da cui tornare.

Sono uscita dall’ovile per ritrovarmi, per dimostrami di essere capace di andare nel mondo sulle mie sole gambe, per avere autonomia decisionale, per avere del silenzio in cui tornare a pensare. Sono in grado di sopravvivere, questo è assodato; silenzio ne ho in abbondanza, ma sono lungi dall’avervi ritrovato un equilibrio. La verità è che mi sento semplicemente molto sola, e da sola non mi basto, non mi piace.

Ho accolto l’avvento di Internet in queste quattro mura come una benedizione non perché ne avessi realmente “bisogno”. Certo fa comodo, ma il vero motivo per cui Internet è benedetto è perché mi fa compagnia. C’è la musica, c’è la gente che scrive e che io posso leggere, c’è Skype, c’è Facebook: modi variegati di riempire questo tempo in cui ci siamo solo io e la mia gardenia.

Bon. Va così. Stasera sono davvero triste.

Forme di rispetto

15 agosto 2008, venerdì -- permalink

Ho avuto le chiavi di “casa mia”, il buchetto in cui andrò a stare non appena riesco a sistemarlo.

L’inquilina precedente mi ha lasciato in dotazione un porcile. Niente di rotto, ma ci sono angoli della casa decorati da sporco atavico, ovviamente l’appartamento è stato imbiancato l’ultima volta nel cenozoico, capelli ovunque, micetti di polvere che rotolano, oggetti sparsi per la casa (”oggetti” vuol dire rasoio nella vasca da bagno, sabbia per terra, televisore rotto nell’armadio, calzini ovunque, flaconi vari vuoti, tè sfuso sul divano, ecc ecc), frigo e freezer pieni, lavatrice in condizioni pietose.

Telefono infuriata all’agenzia, che ho pagato fior di quattrini, l’agenzia sente l’inquilina, mi ritelefona con il seguente messaggio: “Bhe si ritenga fortunata, l’inquilina che se ne va l’ha trovato più sporco di come l’ha lasciato. Dice che quello che trova in giro può buttarlo nel sacco nero”.
In pratica quindi l’agenzia mi ha fornito questa preziosissima consulenza al termine della quale adesso so che ho il permesso di ripulire la sporcizia. Peccato che la mia richiesta fosse: fate sistemare questo disastro, la padrona non ha per le mani lo stramaledetto mese di cauzione da utilizzare allo scopo?

Anche se così fosse stato, tuttavia, la padrona non sarebbe stata tenuta a fare nulla perché, a quanto pare, regna sovrano il criterio “L’inquilino lascia la casa nello stato in cui l’ha trovata”.

E tutti a dirmi: “Eh ma è normale quando entri in un appartamento in affitto”; “Dai, quando vai via anche tu non dovrai preoccuparti di pulire, visto che l’hai trovato sporco”.

Ora, trovo questi discorsi molto “all’italiana”. Io non sono contenta di aver trovato l’appartamento sporco perché così posso lasciarlo sporco, e mi sembra pazzesco che sia “normale” agire nel più totale menefreghismo. Prima di andare pulirò e sistemerò per una questione di rispetto, nei confronti delle cose (mie e della proprietaria) e delle persone che verranno dopo di me.  Probabilmente da qualche altra parte in Europa gli affitti non seguono la logica del “Lasci l’appartamento come l’hai trovato”, ma del “L’appartamento va lasciato ordinato e pulito. Punto.”