Cortocircuito

23 settembre 2007, domenica -- permalink

Ho sempre pensato che il lavoro fosse un mezzo, anzi, l’unico mezzo, per vivere: se lavori (parlo ovviamente di un lavoro che ti sei scelto perché ti piace e pensi di poter riuscire a combinare qualcosa di buono) hai una dignità sociale, impieghi il tempo in un modo utile e produttivo che ti dà anche l’occasione di collaborare con altri e dunque di imparare, e guadagni i soldi con i quali puoi portare concretamente la tua vita laddove desideri che vada (famiglia, casa, viaggi, e ci siamo capiti).

In sintesi quindi il lavoro è “il” mezzo per “il” fine, al quale fine principe penso di poter dare come nome “la felicità”.

Qualcuno per questo sostiene che io sia calvinista.

Ora, non so bene cosa sia successo, ma dev’essere che da qualche parte il meccanismo ha fatto cortocircuito, e il lavoro è diventato il mezzo e il fine. Lavoro tanto, ho poco tempo per me, molta stanchezza, qualche incubo notturno, e mi sembra comunque che dovrei fare molto di più e molto meglio.

In tutto questo le preoccupazioni sono di più che le soddisfazioni, e la mia idea di vita sta un po’ andando a ramengo, ma non so bene come fare per uscirne.

Proverò a impegnarmi sulla concentrazione.

L’opportunità che stiamo perdendo

23 settembre 2007, domenica -- permalink

Di Sergio Maistrello, su Apogeonline.

E’ difficile arrivare in fondo ad una pagina online così lunga senza saltare qualche pezzo, o senza lasciar perdere a metà rincorrendo qualche altro spunto.

Mi piace molto come scrive Sergio Maistrello, mi piace il suo sguardo sulla Rete dall’interno della Rete, e mi piace il suo invito ad usarla per esprimere un punto di vista sulle cose e su ciò che accade che sia veramente nostro, ora che abbiamo a portata di mano i mezzi per far arrivare le nostre parole potenzialmente a chiunque, e dovunque.

Matrimoni

23 settembre 2007, domenica -- permalink

Sono in quella fascia d’età in cui “normalmente” ci si sposa (tra un po’ passerò in quella in cui “normalmente” si divorzia, ma tant’è, per ora sono ancora circondata da gente innamorata e festante), e ieri ho partecipato al quinto matrimonio cui sono stata invitata in questo anno di grazia 2007 (nota a margine: credo sia stato il matrimonio più lungo della mia vita).

Ho attraversato questa giornata infinita con due pensieri nella testa:

1. com’è bello quando chi celebra un matrimonio (sia un sindaco o un sacerdote) è qualcuno che ti conosce personalmente: ci sono buone possibilità che quello che viene detto non sia un bla bla soporifero, ma un messaggio che ti riguarda davvero.

Io, individualista fin da piccola, non avrò questa chance, e un po’ me ne rammarico.

2. Com’è privo di senso tutto lo spreco di tempo, energie, e soldi, soprattutto lo spreco di soldi, che si mette nella celebrazione del matrimonio, che, santo cielo, è il primo giorno, solo il primo giorno, di una nuova eternità…che non sarà di festa, ma per lo più di sacrificio e pazienza (si spera anche di soddisfazioni, gioia e amore, sennò non si capisce perché la gente ancora si sposi).

Forse il matrimonio è l’unico vero rito di passaggio che ci è rimasto, e, forse, inconsciamente, è per questo che è un momento investito di così tanta importanza.

Non dico che non debba averne, ma tutto l’apparato che ci si mette attorno mi sconforta: confetti addobbi bomboniere pranzi infiniti invitati a profusione vestiti e pettinature che non ci rispecchiano per niente…gli invitati sono la parte che forse mi sconcerta di più: quanti affetti veri stanno seduti a quelle tavolate studiate con attenzione diplomatica e quanti sono i presenti che sono lì perché non li si poteva non invitare per quel motivo là, o perché senno cosa avrebbero detto tizio e caio?

Se e quando toccherà a me, mi auguro di riuscire ad avere un momento che mi appartenga davvero, e a viverlo con quel pugnetto di persone che mi conoscono e che hanno calpestato con me la strada di questi anni.

Sicko

3 settembre 2007, lunedì -- permalink

Locandina del film SickoOvvero l’ultimo film-documentario di Michael Moore, che indaga sull’”industria” della sanità in America a confronto con le soluzioni di Francia, Canada, Gran Bretagna, Cuba, in cui la sanità è pubblica (…più pubblica che da noi).

L’indagine è inquietante, illuminante, a tratti, trovo, grottesca, come quando Michael Moore porta un drappello di pompieri dell’11 settembre a farsi curare prima a Guantanamo – senza riuscirci -, poi a Cuba, dove i pompieri ricevono cure eccellenti e gratuite e fanno scorta di medicinali a poco prezzo.

Sarebbe stata forse più interessante se si fosse fatto un confronto anche con nazioni in cui è previsto che tu paghi un’assicurazione per usufruire di cure mediche, come in Svizzera.

Insetti

3 settembre 2007, lunedì -- permalink

Cosa succede agli insetti quando piove come Dio la manda?