Animal Farm – George Orwell

14 gennaio 2007, domenica -- permalink

I grandi libri parlano a qualsiasi epoca. In un momento in cui da alcune parti del mondo (Russia, Cina…Italia, forse) vengono preoccupanti segnali riguardo alla libertà di parola e al diritto all’informazione questo libro, pur così collocato nel suo tempo (è un’allegoria del totalitarismo sovietico di Stalin), ha tanto da dire anche oggi sul potere della parola.

Nella vicenda degli animali della fattoria c’è l’importanza di avere un codice condiviso per comunicare e l’importanza di conoscerlo per comprendere realmente quello che succede (alfabetizzazione).

C’è la parola come strumento di democrazia: la società degli animali comincia a costituirsi attorno a riunioni collettive in cui si decide insieme cosa fare e si discute. La dittatura ha inzio quando Napoleon, uno dei due maiali a capo della comunità, non tollera il disaccordo di Snowball, l’altro maiale-leader, e lo zittisce perseguitandolo.

Alla cacciata di Snowball segue una damnatio memoriae ad opera dei gorvernanti e la revisione della storia della comunità. Gli altri animali non avendo una parola scritta che tenga memoria del passato non riescono a ricordare davvero cosa sia successo e a fare un confronto tra le condizioni dopo e prima della rivoluzione contro gli uomini. Gli animali più giovani crescono apprendendo direttamente una storia fittizia.

La revisione viene effettuata costantemente anche sulle leggi: il codice condiviso viene modificato, semplicemente con l’aggiunta di aggettivi ad hoc, per assecondare le trasgressioni dei governanti alle leggi, rendendole lecite.

Gli animali intuiscono, capiscono, si spaventano, ma non protestano, perché protestare significherebbe morire. Ma l’assenza della parola che contesta è anche quella che permette alla dittatura di insediarsi.

C’è la parola come slogan, c’è la propaganda, e c’è l’educazione come indottrinamento.

E c’è la coalizione degli animali che si regge sull’individuazione prima di un nemico da eliminare (l’uomo), e poi sull’esistenza di un nemico, evidentemente immaginario, dal quale difendersi e al quale viene attribuita la causa di ogni male (il maiale perseguitato) – elemento che mi sembra di un’attualità quasi sconcertante (penso a Bush, e penso alla nostra politica…).

2 Commenti a “Animal Farm – George Orwell”

  1. Jaques Bonhomme scrive:

    “Tutti gli animali sono uguali
    …ma alcuni sono più uguali degli altri”

    è un libro difficile da mandar giù, ed io che ho sempre creduto nella vertigine inquieta delle rivoluzioni! quando l’ho letto mi sono sentito male…

  2. raffaella scrive:

    E alla fine della rivoluzione tutto torna come prima, anzi, peggio di prima.
    Forse perché la rivoluzione si è fatta primariamente contro qualcuno e solo secondariamente per qualcosa? Non so…

    Gli scritti politici di Orwell è come se ti lasciassero un macigno di piombo lì, tra i polmoni, ma…insomma, li ritengo un “must read”.

    Soprattutto a scuola, magari in una lezione di filosofia che agganci le proprie radici un po’ più consistentemente nella realtà – il che temo sia utopia.

Scrivi un commento