Babel

2 novembre 2006, giovedì -- permalink

Babel non è un film da consumare, di quelli che partono i titoli di coda, fai un sorriso, ti alzi ed è tutto come prima.

Il titolo già lo preannuncia, ma nel film lo si vede narrato: si parla dell’incomunicabilità, dell’impossibilità attuale, a prescindere dal posto nel mondo che si occupa (sia il Marocco, il Giappone, o il Mexico), di dire una parola e farsi credere (la colf), di dire una parola e farsi comprendere (Richard in uno stato che parla una lingua che non è la sua), di dire una parola tout-court (l’adolescente giapponese, sordomuta), di dire una parola vera (il bambino marocchino).

Perché…perché attorno ci sono i pregiudizi di una cultura nei confronti di un’altra (quella americana verso quella messicana e mediorientale), di uno stato verso un altro (sempre l’America che dà per certo che il colpo esploso verso un pullman di turisti americani sia un attentato di terroristi e non un colpo sparato per sfida da un bambino), di una posizione sociale rispetto ad un’altra (la polizia americana e la colf messicana).

Perché ci si fraintende, si sovrainterpreta l’altro: il nipote della colf che pensa che il poliziotto al confine voglia incastrarlo trovando un pretesto qualsiasi, la ragazza giapponese che crede che il poliziotto voglia incriminare suo padre per la morte della mamma, i turisti americani che pensano che i marocchini vogliano farli fuori.

O perché attorno c’è troppo, un troppo in cui la parola del singolo, seppur pronunciata, non riesce a farsi capire (la ragazza giapponese che, pur non parlando, usa il proprio corpo per gridare la sua richiesta di ascolto e attenzione). Il suo primo vero contatto personale al di fuori della cerchia delle amiche sordomute è tramite la droga, l’alcol, e la confusione assoluta della discoteca, ed è un contatto solo apparente, deludente, che fa male.

Sembra che ci sia la possibilità di comunicare solo quando l’uomo si spoglia completamente: della propria dignità (Susan e Richard ritrovano il contatto di un bacio, la verità mai detta, il perdono reciproco solo quando Susan sembra in fin di vita, si è fatta addosso la pipì, e per non rifarsela addosso si fa aiutare dal marito a farla in una padella…), del proprio orgoglio (il bambino che rompe il fucile che sa usare così bene e in ginocchio chiede pietà per il fratello), dei propri desideri (la ragazza che desiste dal farsi prendere dal poliziotto e riporta il rapporto su un piano non forzato).

Quindi tutto bene? E’ vero, alla fine di tutto ci si può incontrare?

La colf che viene rimpatriata sta a dire che non è possibile capirsi – non sempre almeno. La ragazza sordomuta sta a dire la difficoltà di allacciare un rapporto su un piano di verità. L’inquadratura finale che allarga dall’appartamento ai grattacieli della città attorno sta a dire il silenzio cui la dimensione odierna della vita sembra condannarci.

Guardando in sequenza l’esito delle quattro vicende si ha l’idea che se uno spazio d’incontro vero c’è è quello, molto piccolo, del nucleo familiare. Forse, perché accanto a questo c’è anche, ed è una presenza forte, l’abbandono.
Sempre che io abbia capito la parola del film…

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