Fahrenheit 451 – Ray Bradbury
10 ottobre 2006, martedì -- permalinkNon ho ancora deciso. Talvolta penso che avrebbe senso pubblicare in un luogo come questo solo recensioni (o pseudo tali, per volare basso) di libri in uscita mentre scrivo. Ma, ripeto, non ho ancora deciso.
In realtà quello che sto tentando di fare da un po’ di tempo a questa parte è leggere quei libri che “vanno letti”, e vedere di colmare il baratro di ignoranza che guardo in faccia tutti i giorni. Sicché resta meno tempo a disposizione per i contemporanei.
Fahrenheit 451 fa parte di questo esercito immenso di libri che vanno letti.
Non si può non pensare immediatamente a 1984 di Orwell: un regime totalitario sullo sfondo che tiene sotto controllo uomini e donne impedendo l’accesso alla cultura e alla verità, un elemento del sistema che si rivolta contro di esso, il regime che perseguita la molla impazzita nel meccanismo, la paura, la difficoltà di comunicare con gli altri, i colpevoli che vengono presi per delazione…
Però l’aria che si respira non è così terribilmente opprimente, l’orizzonte meno cupo, e il regime e la guerra rimangono solo sullo sfondo.Bradbury vede lontano (scrive nel lontano 1953): preconizza una televisione pervasiva, stupida, stordente, nella quale le persone vengono immerse; è una televisione che occupa le quattro pareti di una stanza, ed interagisce con gli spettatori, che rovescia loro addosso solo parole stupide, realtà finta…è la nostra televisione, quella dei reality. Perché le persone devono essere felici e svagarsi.
E così succede che le persone non si ascoltano più né più si parlano, assordate da rumore continuo, della televisione e della musica che esce da una conchiglia che si posiziona nell’orecchio…vi ricorda qualcosa? A me ha ricordato le cuffiette dell’iPod.
Chi desta Montag, il pompiere incendiario protagonista è Clarisse, una ragazza che non ha perso lo sguardo sulle piccole cose, che sa trovare il tempo per parlare, che si chiede il perché delle cose, anziché il come, considerata pazza e asociale dal mondo attorno, e Faber, un ex professore di lettere, che conosce i libri ed è disposto ad aiutarlo a salvarli.
Lo scenario finale è di grande speranza: contro il regime che distrugge la carta si battono in silenzio uomini di tutto il mondo, uomini-libro, un pugno di vecchietti strambi, ex professor universitari che vivono nomadi lungo il fiume e le vecchie rotaie, che hanno memorizzato i testi che si è ritenuto degni di essere consegnati ai posteri, e che si impegnano a tramandarli di generazione in generazione, a voce. Il ritorno ai primordi per la sopravvivenza.
Ecco come Bradbury descrive l’inizio della fine: “La durata degli studi si fa sempre più breve, la disciplina si allenta, filosofia, storia, filologia abbandonate, lingua e ortografia sempre più neglette, fino ad essere quasi del tutto ignorate. [...] Il vecchio ammise di essere stato professore di lettere, prima di essere cacciato ramingo per il mondo, erano ormai quarant’anni, quando l’ultima università di studi umanistici era stata chiusa per mancanza di fondi e di sussidi.” Dice niente? Era il 1953, sembra stia parlano del momento che l’università italiana sta attraversando.
Chiudo così: “Se nascondi la tua ignoranza nessuno ti darà una bastonata, ma tu non imparerai mai.”
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